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Spazio di cultura Surrealista notebooks d'arte e di filosofia contemporanea a cura di Renzo Principe

Criografie: rassegna critica per massime minime

Nanni Menetti, in tutta la sua produzione, ricorda uno scrittore inglese dell’Ottocento, l’Abbot, che ha scritto un romanzo straordinario: Flatland. Un mondo immaginario, dove tutto vive solo a due dimensioni…Questo è lo spazio non-spazio che Nanni perlustra con tante idee a cui se ne aggiungono di nuove, continuamente, come la recente, straordinaria, invenzione delle criografie.

Renato Barilli

Già Leonardo fu, a suo tempo, ammiratore delle macchie formate dall’umidità nei muri … dunque, la natura ha più fantasia di noi… dai tempi dell’Informale o del Tachisme, dell’arte della macchia… gli esponenti di questi indirizzi sono stati subito persuasi che il loro compito fosse di mettere a punto delle sorte di trappole per afferrare, in tutta purezza, gli effetti inarrivabili di cui è capace Madre Natura… Ebbene, il nostro Nanni agisce allo stesso modo… Nel suo caso si tratta del capitolo delle criografie, cioè delle scritture che si devono non già all’abilità dell’artista…bensì alle gelate che si impongono su un sottile strato liquido corrugandolo, rapprendendolo, seminandolo di pieghe secondo grafi o arborescenze che nessun pennello di artista riuscirebbe a produrre con uguale perfezione.

Renato Barilli

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Dalle grafie a matrice stampabile alle grafie chirurgiche (operate, fatte, con la mano), alle criografie…un percorso lungo un giorno di trent’anni, una via a doppia accessibilità generativa e a multipla accessibilità cognitiva. Una separazione di livelli che diviene liaison d’être o, meglio, modello di ricognizione epistemica del mondo. Opere come protesi dislocative dell’immaginario, come ingiunzioni a capire, come network – a posteriori – del comprensibile…

Antonio Bisaccia

È su una base tipicamente derridiana che si compie, a mio avviso, l’operazione di Nanni Menetti, contro alcune letture stilizzate di Derrida che sottovalutano ciò che invece è fortemente presente all’interno del suo pensiero, vale a dire l’emergere della materialità del significante, la sua corporeità, insomma la sua spazialità… il corpo – la dimensione spaziale estesa della scrittura – è da Lucrezio a Nietzsche, passando per Spinoza, e cioè in quella linea di fuga dall’ontoteologia che abita già la filosofia classica, antidoto ad ogni nichilismo, ad ogni mistica, in qualche modo ad ogni metafisica.

Stefano Bonaga

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Si dice, spesso, dell’horror vacui… Menetti, la cui opera è sempre pervasa da una sottile, dolce, ironia… enfatizza l’horror artis. Un horror artis che è tanto dell’artista… quanto dello spettatore che, poco avvezzo alle ritualità del sistema dell’arte, entra nei musei, nelle gallerie, negli atelier, timidamente, con sospetto… Ora è addirittura gettato nel buio… e dovrà da solo orientarsi …Il cerchio, così, si chiude: l’horror vacui, inteso come condizione umana, si colma… con la grande possibilità di scelta che vuole sempre la posizione di confini, di limiti, entro cui agire o che possono essere oltrepassati per un nuovo posizionamento e un’ulteriore azione. Abbiamo, quindi, una metafora della vita; ma l’arte, in fondo, non vuole essere nient’altro.

Giorgio Bonomi

“Ci siamo. Adesso ‘vado dentro’, scopro cosa ha pensato, come ha amato, quanto è sensibile, come sa dare importanza anche alle cose minime, quotidiane”. “In fondo viviamo ‑ mi dicevo ‑ in un mondo schifoso che continua a parlare e a pensare per grandi esempi, quindi ben venga qualcosa di sottil‑privato, di superpersonale che non abbia però nulla di … intimistico‑reazionario”.

Alessandra Borgogelli

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la caratteristica primaria del vecchio ready-made, la provocazione e la dissacrazione, si trasformano in una sorta di ascolto che avvicina questa tecnica a quelle tradizionali: l’attesa di ciò che il tempo, il gelo, il colore, decide di rendere, sotto l’attenta attesa del pittore che lo sorveglia (e dunque il vecchio ready-made acquista una stupenda e inattuale parvenza romantica…). Poi giungono altri segni, astratti, concreti, altre minime memorie…

Beatrice Buscaroli

“Ornamento” non suoni come parola sminuente. Io credo infatti che una fondamentale tendenza degli artisti contemporanei sia proprio la ricerca dell’ornamento soprattutto se con questo termine non si intende un puro piacere distratto e consolatorio, ma piuttosto il gusto per la forma in quanto tale, espresso in maniera non drammatica e disforica, ma in modo euforico e aggraziato. Non è questo forse il piacere che deriva dall’ascolto musicale delle variazioni sul tema, dalle fughe bachiane fino al jazz, in una ossessiva sperimentazione dei diverso all’interno dell’identico?

Omar Calabrese

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Se… Menetti si servisse di una criografia già creata dalla natura (un frammento di superficie ghiacciata) il suo procedimento sarebbe convenzionale rispetto al concetto di ready-made, egli si serve invece del processo temporale necessario alla fisionomia della criografia. La sua operazione scatta nel far lavorare la natura a sua insaputa, usurpandone lo statuto genetico per realizzare il progetto artistico. Ready-made totale, dunque, immagine vivente che viene sottoposta ad alcune correzioni, deviazioni, modifiche del tutto lecite, una sorta di rettifica sapiente e sostanzialmente fedele alle possibilità originarie della materia nel divenire delle sue mutazioni. Nel pieno rispetto della vita.

Claudio Cerritelli

Cage diceva di sé di voler essere uno starter, perché poi la natura facesse quel che poteva essere sensorialmente sentito. Menetti… potrebbe non avere ignorato questa suggestione … la cosa del resto non ha importanza determinante…del resto, John Cage, anch’egli artista visivo, oltre che musicista, non ha mai messo in questo suo altro operare alcunché che potesse indicare questa possibilità di sviluppo della sua poetica.

Giampiero Cane

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…da notare…la vivace curiosità di esplorare le tecniche, il gusto del rischio sempre in movimento, fra visualità e concetto, di Nanni Menetti, che regala alle sue “criografie” un’inquietudine mai placata e mai soddisfatta. Nel ciclo dei “geloni” l’artista risponde con il concetto di ibernazione all’ansia di eternità dell’uomo…soprattutto quando le composizioni inglobano il piccolo ritratto dell’artista a tre anni nel momento della contemplazione e dell’attesa del futuro.

Vittoria Coen


Naturalismo concettuale. Una koinè emiliana che, sulla scorta della struttura teorica, e non della prassi, dell’ultimo naturalismo arcangeliano si avvalora dell’esperienza concettuale svolgendosi, e differenziandosi, in un’odierna sinestesia, di tipo sintattico, che accomuna la ricerca di Davide Benati a quella di Pinuccia Bernardoni, a quella delle criografie di Nanni Menetti, al ciclo dell’ Albero della ruggine di Maurizio Bottarelli, al Giardino dell’Imelde di Giorgio Zucchini, alle Rose del mio giardino e Costellazioni di Ketty Tagliatti; una ricerca artistica i cui prodromi sono ravvisabili, in nuce, nella “natura analoga” (Dario Trento) che sfocia nelle Arpe d’erba di Germano Sartelli…

Claudia Collina

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Ciò che viene recuperato non è più l’oggetto qualunque d’uso quotidiano, ma è una manifestazione della natura attraverso il gelo: quella fine arabescatura dalla forma quasi di ali o di minuta felce che alle volte in inverno scorgiamo sui vetri delle finestre la mattina, e che già aveva colpito l’attenzione di Michel Butor quando scriveva che “i vetri si sono ricoperti di vapore e ghiaccio, e questo panorama di valli e villaggi che hai appena visto scomparire nel crepuscolo, s’è nascosto dietro una bianca, fitta foresta su cui l’unghia d’un bimbo tracciava lettere e figure” …

Leonardo Conti

L’artista è qui l’iconografo della scrittura intesa come fisica incisione, Microviolenza di cui l’opera iconizza il reperto riconvertendone l’atto – il reato – nella reliquia che attesta la violazione e restaura il silenzio; è supervisore di forze e energie naturali nelle Crio-grafie dove il gelo, strumento delle scritture, restituisce sulla tavola l’infanzia del segno e l’autoritratto dell’artista bambino, entro un alfabeto di intattezza giunto dall’aperto…

Paolo Donini

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L’artista sottrae l’immagine agli effettismi di ascendenza impressionistica, per irretirla nella severità di una costruzione essenziale, riconoscendo al freddo un vero e proprio potere progettuale e architettonico… Sembra quasi di intuire l’aspirazione a immergersi nel grande corpo della natura, il tentativo di recuperare la primigenia armonia fra sensibilità e ragione, fra mente e corpo, per una riconciliazione con se stessi e il mondo. Un messaggio di fiducia e speranza che giunge da una natura sentita ancora come l’immensa madre Demetra.

Roberto Mori

Solo chi coltiva in sé un’accesa vocazione alla profondità la sa riconoscere…oltrepassando l’apparenza nello stupore dell’apparizione, in tutta la struggente fragilità di immagini che non hanno bisogno di giustificazioni né di ulteriorità di senso per sprigionare la loro forza.

Lorella Pagnucco Salvemini

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Questo lavoro sull’immagine comporta anche l’affrontare una sfera affettiva che mi fa pensare a quello che scriveva Hans Junger, che diceva: – vedere sinotticamente è conoscere amando – . Io credo che in Nanni Menetti ci sia questa visione panoramica, pan-oramica, sinottica, questo riuscire a visualizzare insieme più spazi : lo spazio del pensiero, lo spazio della memoria, lo spazio dell’immaginazione e… la materia.

Silvia Pegoraro

Si tratta dell’epifania, cioè della rivelazione di una realtà sottostante, nascosta; ma non è una rivelazione spontanea. L’uomo deve fare violenza alle cose perché esse si aprano, schiudano la crosta dell’apparenza e manifestino la verità, che come volevano gli antichi greci, è un elemento in qualche misura non nascosto (a-letheia, dicevano i greci), quando invece la regola è il nascondimento. Questo in grossolana sintesi è la dimensione prospettica dell’arte di Nanni Menetti, visiva e scritta, pittura e poesia: la rivelazione di una autenticità razionale che si nasconde sotto le apparenze dell’irrazionalità, della casualità, dell’altra significazione dell’altro.

Bruno Rosada

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vorrei sottolineare una possibile definizione…in generale dell’opera dell’autore…: la splendida modestia dell’inquietudine ……

splendida, nel senso che, dentro continui mugolii di rabbie concettuali introiettate (come se l’autore avesse attivo, nella sua elaborazione culturale, un marzo ‘77 in ebollizione e in contrapposizione inesauste) si percepisce una tensione dinamica ‑ una masticazione continua, ma con gli occhi a perscrutare le vie della terra o del cielo ‑ che si rovescia dentro e contro i numerosi giudizi e pregiudizi ufficiali e i luoghi comuni (così invadenti) di un esercizio della critica ormai largamente congelata supponente, ferma …

Roberto Roversi

Segni dell’artificio e insieme segni naturali, come possono esserlo, ad esempio, gli arabeschi o le diafane decorazioni prodotte dal gelo. Dalle ‘Microviolenze’ alle ‘Criografie’…. “Tu stendi velocemente la tempera- sono parole sue- e il gelo te la lavora, te la scrive, e tu lo vedi e, magari, l’aiuti con la punta del dito o altro, all’impronta: ready-made! Non trovato solo, non modificato, ma provocato!” Ancora un esplicito richiamo a Duchamp, che ha reso concettualmente molto complicate proprio le cose in apparenza più ovvie, e insomma concettualmente molto profondo ciò che visivamente appare solo come superficie.

Claudio Spadoni

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Interessante è la marginalità del ruolo dell’artista nel processo di creazione… è importante sottolineare la scomparsa (volontaria) dell’io che sottende una sottigliezza di intelletto e una spiritualizzazione fisica di purezza quasi ascetica per nulla consona alla tipica, e forse stereotipata, immagine dell’artista occidentale. Con questa espulsione della soggettività dall’arte, sempre più marcata fino a far ritirare dietro al quadro l’icona con la foto di bambino che da sempre ha contraddistinto le criografie, l’artista si eleva ad una dimensione eonica divenendo l’artefice di un intermediazione linguistica tra “dio” e il mondo.

Alice Zannoni

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